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Archivio Ottobre 2004

Le chiavi di casa

di omniaficta (09/10/2004 - 18:12)

 

Privo di propositi edificanti e consolatori, il nuovo film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa, ci mette di fronte al cuore di tenebra dei nostri tempi: la fine dell’adulto. Un padre che fugge il dolore, la sconfitta, la vergogna si specchia nel ragazzo invalido che mima la “normalità” e l’autonomia, aggiungendovi però un commovente umorismo che l’altro non sa attingere. Una madre che segue una figlia afflitta da deficit gravi da più di vent’anni, ma ancora non può accettarla.

Durante tutto il film, il padre appare evanescente, inconsistente, passivo rispetto al dolore e alla altrui vitalità. Si fa condurre nella dimensione infantile del figlio senza riuscire a coglierne il peso, la dignità e la speranza. Cerca confusamente di sollevarsi sopra la tragedia, di oltrepassarla, ma in fondo resta prigioniero delle proprie difese, impotente di fronte alla colpa. La figura della madre appare ben diversa nel film, grazie ad una devozione testarda eppure disperata, ma soprattutto ad una capacità di ascolto e di accoglienza che il padre può ancora riconoscere, senza tuttavia riuscire a ritrovare in sé.

Le scene si dipanano senza grandi progressi, anzi, c’è la sensazione di scivolare da un momento all’altro in una nuova fuga. Quando il padre rievoca la propria impotenza rispetto alla separazione, in una scena di palese rovesciamento dei ruoli, invece di “crescere” con un lutto, accettando finalmente tutto il peso tragico del suo destino, non può far altro che “agire” un allontanamento dalla realtà. Il film si conclude sull’esito fallimentare di questa fuga nell’illusione onnipotente di poter prescindere dai propri limiti. Il padre e il figlio restano sino alla fine immobili, per quanto abbiano viaggiato per l’Europa, ma ora possiamo vedere che la vera colpa del padre è proprio questa. Il suo ragazzo fa quello che sta nelle sue possibilità, ma il padre che pure potrebbe nascere una seconda volta (e dovrebbe farlo) non ci riesce, abdicando irrimediabilmente al suo compito umano. Il figlio - ed è questo che è tragico - glielo dice asciugandogli le lacrime: “nun se fa così…nun se fa”.

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