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Obiettivi

di omniaficta (12/05/2004 - 22:16)

Solo alcune annotazioni su quanto succede.

 

La guerra

Dicono: quella al terrorismo è una guerra. Certo, non era ben chiara l’utilità di invadere l’Iraq, ma facciamo passare anche questa stranezza. Ammettiamo che sia strategicamente necessario e non un facile appiglio per nascondere qualche nefandezza. Chi ha voluto imbarcarsi nella guerra immagino che voglia una sola cosa. Vincerla. Ora, sulla base di quello che veniamo a sapere della situazione, si può dire che il terrorismo sia indebolito? Forse è presto per tirare le somme, ma non siamo forse più vicini alla sconfitta che alla vittoria? Anche prendendo per buono l’argomento della lotta al terrorismo (che non è per niente buono), rimane il fatto che questa guerra è un disastro.

In questi giorni di penosa consapevolezza, uno dei miei riti è la rilettura dell’”Arte della Guerra” di Sun Tzu. L’opera ha 2500 anni. A un certo punto dice: “Tratta i prigionieri bene e prenditi cura di loro”. E da un’altra parte: “Non incalzare un nemico disperato”. Sono due consigli fra i tanti di un vecchio stratega a cui interessava soltanto vincere, mica esportare la democrazia…

 

L’odio

Sembra essere questo il sentimento che muove tutto l’orrore che continua a emergere. Si potrebbe negare che la spirale del risentimento e della vendetta è ormai giunta ad un parossismo che domina la scena? In questo intreccio di conflitti quasi inestricabile, c’è qualcuno in grado di arrestare le azioni violente e di indebolirne i moventi? Forse non ci resta che tirarci fuori, chiudere gli occhi o tirare avanti come se non ci toccasse. Anche perché non si può pretendere di tollerare l’odio a lungo, senza finire con l’esserne vittime, in un contagio magari subdolo eppure inesorabile. L’odio, ha scritto Roberta De Monticelli, “è un sentimento per natura suicida”. E’ inoltre, “un sentimento per essenza reattivo, (…), e solitamente inerziale o immodificabile altro che mediante «riparazione» della presunta offesa originaria”. Non si pensi dunque ad una immunizzazione dovuta al progresso o dettata dalla cultura. Dovremmo essere vaccinati, eppure non siamo fuori pericolo.

 

Le immagini

Uno dei motivi di disagio, rispetto al pericolo emotivo che corre ogni persona pensante, deriva dall’abuso di immagini “bestiali”. E’ evidente che foto e filmati sono usati in abbondanza come arma psicologico-propagandistica. Si cerca di dare uno scossone o di ferire o di provocare, ecc.. Ma proprio perché ci si fonda su motivazioni aggressive, con cui non è possibile essere complici, queste immagini andrebbero accompagnate da racconti, analisi, e interpretazioni. E bisognerebbe usarle con parsimonia, non dimenticando che ultimamente i fotografi o i registi non sono (in genere) giornalisti che si propongono d’informare e testimoniare, ma criminali con proprie finalità che passano anche attraverso la diffusione delle immagini. Anche l’effetto della riproposizione continua può essere deleterio, perché le persone cercano di difendersi dal disgusto e dall’orrore (verso cui c’è anche attrazione, ovviamente) rifiutandosi, ad esempio, di approfondire l’argomento. Il circolo vizioso attrazione-repulsione-oblio rischia di lasciare solo uno sdegno autentico ma superficiale, mentre più in profondità si apre una ferita che resterà per molto tempo ignorata; finché un giorno non tornerà a farsi sentire.

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Risposta retorica

di omniaficta (06/05/2004 - 18:10)

La politica è una cosa buona e difficile. Senza ironia.

La politica merita rispetto. Non fosse altro perché è un’attività che determina la redistribuzione della ricchezza (e della povertà!), le regole e le Leggi che ci vincolano, insomma il “potere” di cambiare o conservare o distruggere il nostro mondo.

Naturalmente, trattasi di cosa sporca. Propone dilemmi del tipo “avere successo o seguire i propri valori”. Induce ipocrisie, compromessi, banalizzazioni. Provoca frustrazioni, imboscate, tradimenti. Per fare politica occorre saper raccogliere e usare la forza (organizzativa, economica, pubblicitaria, relazionale). Non è mica facile. Nemmeno il possesso di tre reti televisive – tanto per fare un esempio ipotetico – può essere garanzia automatica di successo.

Ma per essere buona, la politica ha bisogno di cittadini svegli. Produrre e diffondere un immaginario televisivo melenso che smorza e degrada il senso critico  - tanto per fare un altro esempio ipotetico – potrebbe assopire le coscienze e guastare la politica.

Ma queste sono idee già note e forse insufficienti. In attesa di nuove idee, accontentiamoci di ricorrere al vecchio monito: ci vuole più cultura. Ma quale? Prima di tutto la padronanza del pensiero strategico e dello strumento retorico. Altrimenti ci si arrabatta tra luoghi comuni, slogan propagandistici, e “sensazioni”. Una cultura della politica, dunque, che ci permetta di vederne i meccanismi e i trucchi. Mah.

Torniamo con i piedi per terra. Se la storia o la politica sotto il profilo delle implicazioni "retoriche" vi sembrano ancora degne d’interesse, nonostante il mio sproloquio, ecco il link ad una rivista accademica quadrimestrale:

 

Rhetoric & Public Affairs

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