Cari nemici vicini e lontani
Uno degli usi più intelligenti del blog (e più rischiosi) è quello di farne strumento di testimonianza diretta di una realtà altrimenti inaccessibile ai più. Ad esempio, la lettura di un blog scritto a Bagdad è sicuramente interessante di questi tempi, anche se non può sostituire l’informazione giornalistica, la cultura personale e la riflessione autonoma.
Un bel blog di questo tipo è quello di Lia, da molti apprezzato o criticato, anche con qualche faziosità. Per me è soprattutto l’esemplificazione di dinamiche culturali in un contesto rivelatore. Lascio dunque da parte il merito delle questioni affrontate da Lia (per esempio il conflitto tra Israele e palestinesi), per parlare del modo in cui le idee si costituiscono e si diffondono in rapporto al senso critico e alla responsabilità di ciascuno.
E’ perfettamente comprensibile che una persona cerchi di farsi un’idea del mondo usando gli strumenti concettuali e i (pre)giudizi vigenti nel suo ambiente. Questo accade ad un italiano in Italia, come ad un italiano in Egitto (ovviamente in modi diversi). Il più delle volte questo processo avviene in forma inconsapevole e quotidiana. Alcune idee sono ripetute e variate senza sosta e si diffondono in modo così pervasivo che finiscono con il diventare una realtà assoluta. A questo punto è normale che il senso critico non possa esercitarsi su quanto ci viene presentato come reale. Le idee si discutono, la realtà no. E se i nostri occhi e orecchie non sembrano smentire questa realtà consensuale, ecco che essa riesce a imporsi come Verità. Potrebbe dunque sembrare che non vi sia implicata alcuna responsabilità personale, in questo processo di costruzione sociale del mondo. E’ un meccanismo da cui non si potrebbe sfuggire, pena l’ostracismo. Ma è proprio così?
In primo luogo vi sono gradazioni di responsabilità diverse in rapporto all’autorevolezza del ruolo e all’ampiezza della cultura personale. In altre parole, la stessa affermazione ha un valore ben diverso se fatta da un camionista in trattoria, da un ministro in televisione o da un professore universitario in aula.
Inoltre, non solo il ruolo e la cultura ma anche la distanza o la vicinanza agli eventi sono variabili da tenere in considerazione. In definitiva non siamo tutti uguali di fronte alla possibilità e alla responsabilità di dire come stanno le cose. In proposito, elaborare un’etica della consapevolezza non sarebbe poi tanto strano.
Cosa ha a che fare questo discorso con un blog? Secondo me, molto. Il credito che un testimone ottiene si fonda sulla sua capacità di riportare una realtà non solo indiziaria o riferita, bensì percepita. Se il testimone dà a chi legge l’impressione di confondere i due piani la credibilità ne risente, ma quel che più conta è che ne risente la fiducia nella percezione. Questo è il rischio. Ed è per questo che Lia è tanto più efficace quando racconta eventi “modesti”, apparentemente marginali eppure rivelatori. Su questo piano ha ragione a difendere il privilegio del suo punto di vista. Ma se è di storia o di politica che si discute, allora questa rivendicazione allontana proprio quelli a cui sarebbe stata utile la testimonianza. Quelli lontani, prigionieri di vaghe certezze.





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