Una questione privata
Sono convalescente. A casa, dimesso 24 ore dopo l’operazione, sofferente. Ancora un po’ obnubilato, mi tornano di continuo alla mente alcuni freschi ricordi. Le attese snervanti in sale d’aspetto affollate. Anziani che si aggirano brandendo un’impegnativa e disperando di trovare l’ambulatorio giusto. L’impazienza dei pazienti e la cortesia stressata del personale. L’essere ricoverato come disorientamento, frattura del mondo quotidiano, ingresso in una realtà “altra”. L’inesorabile passività che cresce (a dispetto di ogni consenso perlopiù disinformato) fino al climax dell’intervento, l’oblio da diazepam, l’anestesia spinale, il sipario verde sul teatro operatorio. La sensazione di essere su una nuvola. L’odore di carne bruciata. E poi, la vista dei soffitti nel ritorno allettato alla stanza. Il sollievo della prima pisciata. Il primo biscotto immerso nel the. Il primo sorriso di mia moglie.
Adesso sono qui e non vedo l’ora di guarire. Devo muovermi piano perché la ferita fa male. Non posso nemmeno ridere. E’ la cosa che mi fa più male. Per non correre rischi leggo i giornali e guardo la TV. Torno alla realtà con una ferita parlante.





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