Leggersi
A risvegliarmi è spesso un crampo alla mano che carezza il mouse. Guardo l’orologio e mi rendo conto, con un moto d’orrore, di aver letto blog d’altri per un tempo indecentemente lungo. Perché lo faccio? Evidentemente meritano il tempo, la spesa e il crampo. O mi sono imbarcato in una nuova (sic) perversione?
Leggo, dicevo, ma scrivo poco. Ed evito le risse, se posso. Una sola volta, per aver preso posizione (con piglio eccessivo) a favore di Forza Idillio, mi sono fatto un “nemico”. Ho così scoperto quanto è facile farsi prendere dall’ostilità, anche senza intenzione. Evidentemente queste dinamiche occorre provarle, non basta aver letto “La psicologia di internet” di Patricia Wallace. Solo nell’agone dei post e dei commenti si possono mettere alla prova i propri nervi. A volte, di fronte a un testo è inevitabile sbottare in un “ma questo è un deficiente!”, se si è di buon umore. Ma sarebbe buona norma non farsi dominare dall’impulso e trascurare quel fastidioso prurito ai polpastrelli...
Leggo, dicevo, e sono curioso di vedere come procede la tessitura dei messaggi, quanto lontano mi possono portare i link, se riesco a tornare alla pagina che avrei voluto leggere. Un po’ mi perdo perché mi piace, prevalentemente perché non so evitarlo. Così passa il tempo piacevolmente, navigando e pescando scorfani e raccogliendo cozze. Eppure ci sono perle in questo mare, bisogna essere onesti e ammetterlo. Alcune si coltivano nei siti che trovate qui accanto. Ma sono solo una piccola parte. Anche per questo coltivo i miei crampi, perché sono quasi sicuro che bastino pochi clik per trovare un piccolo tesoro, magari solo una fuffa intelligente, una scoperta buffa, una maschera colta. Mi accontento di troppo.
Lezione d’arte
Musée Picasso, Parigi. Una classe di bambini. Un papier collé di 3 metri per 4 e 50, intitolato “Donne alla toilette” (1938). La maestra attende che i bambini si siano seduti di fronte. Poi chiede cosa vedono. I piccoli osservano in un quieto brusio l’opera realizzata con un collage di carte da parati e gouache. Cercano di vedere, di riconoscere forme e oggetti noti nell’enigmatica deformazione cubista. In parte ci riescono, ma molto rimane da scoprire. La maestra chiama allora vicino all’opera 5 volontari. Uno ad uno vengono invitati a disporsi di fronte ai compagni in modo da riprodurre il collage. Un bimbo si pone a sinistra e fa il vaso dei fiori sul tavolino. Due compagne si mettono accanto. Una è in ginocchio, con il volto girato verso i fiori, nel gesto di pettinare l’altra che se ne sta seduta al centro e guarda la propria immagine in uno specchio. Il volto e il suo riflesso sono diversi e cromaticamente opposti. La maestra non spiega, continua a far recitare i bambini. Gli ultimi due si dispongono come la donna che porge lo specchio e come l’immagine riflessa. Ora i bambini vedono meglio, percepiscono il soggetto e si avvicinano ai numerosissimi particolari del lavoro, distinguendone di nuovi. Guidati in questo dalla fisicità della rappresentazione fatta dai compagni.
Solo dopo aver guardato e scoperto attraverso l’attenta percezione (anche corporea), i bambini si avvicinano al significato discorsivo avendo in mente un’implicita concezione dell’arte. Vedere prima di pensare, vedere per pensare. Intanto noi disimpariamo dalla banalità ripetitiva delle quotidiane visioni, impoveriti dalle nostre cattive maestre.





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