Avviso
Non avevo l'intenzione di trascurare questo blog, ma alla fine non c'è tempo per tutto. Così, vi chiederei, nel caso che passaste di qui per qualche motivo (link, motori di ricerca, ecc.), di visitare anche un altro blog dello stesso autore, più aggiornato e attivo di questo qui.
Statemi bene.
Visita al padre
Ci sono questi momenti inquieti e pensi che potrebbero essere diversi, che potrebbero aprirsi e travolgerti. Ma non succede. Resti così, rallentato e vicino, impaurito. Seduto vicino al vecchio padre, mi sento "nel posto giusto". In quel silenzio rotto dalla tosse, ci sono le nostre menti che divagano, distratte da brevi percezioni, da poco più lunghi ricordi. Quante cose si potrebbero dire? Ma dire cosa? Guardiamo nella stessa direzione e respiriamo. Ci somigliamo.
Epifanie
Vi sarà capitato di guardarvi attorno e di vedere un certo numero di oggetti in posa di chiara disapprovazione. Il pavimento che quasi tossicchia per la polvere. La pila di carteletteregiornali che cerca di precipitare al suolo. I volumi infilzati da un segnalibro. Per non parlare degli addobbi.
La fine delle Feste, finalmente.
La ruota gira
Siamo esposti. Prigionieri di una giostra. Gli eventi ci sorprendono. Ci afferriamo alla prima cosa vicina.
Dove andiamo?
Non so ancora se, come, perchè continuare a scrivere in questo blog. Avrebbe un senso, mi dico. Ma ho anche altri progetti. Niente di troppo importante ma cose a cui tengo. Ci penso. Ci aggiorniamo.
Sarzana
Sorprese e delusioni. Code e astuzie. Attese e fatiche. Stimoli, divagazioni, ricordi (quante vacanza in Lunigiana!). E quanti corpi, nelle strette vie, nel Teatro degli Impavidi, nelle sale provvisorie. La mente alla sua festa.
Stagioni
Mi sento vecchio. Non riesco a scaricare le foto dal cellulare.
Difetto di lettura
Non so nemmeno più quanti libri ho cominciato senza arrivare alla fine. Alcuni se lo meritano. Altri no. Questo no.

P.S.: L'editore è Sellerio.
Forse
Ragnatele e polvere. Qui forse bisogna tornare, aprire le finestre e dare (darsi) una rinfrescata. Farsi vivi.
Le chiavi di casa
Privo di propositi edificanti e consolatori, il nuovo film di Gianni Amelio, Le chiavi di casa, ci mette di fronte al cuore di tenebra dei nostri tempi: la fine dell’adulto. Un padre che fugge il dolore, la sconfitta, la vergogna si specchia nel ragazzo invalido che mima la “normalità” e l’autonomia, aggiungendovi però un commovente umorismo che l’altro non sa attingere. Una madre che segue una figlia afflitta da deficit gravi da più di vent’anni, ma ancora non può accettarla.
Durante tutto il film, il padre appare evanescente, inconsistente, passivo rispetto al dolore e alla altrui vitalità. Si fa condurre nella dimensione infantile del figlio senza riuscire a coglierne il peso, la dignità e la speranza. Cerca confusamente di sollevarsi sopra la tragedia, di oltrepassarla, ma in fondo resta prigioniero delle proprie difese, impotente di fronte alla colpa. La figura della madre appare ben diversa nel film, grazie ad una devozione testarda eppure disperata, ma soprattutto ad una capacità di ascolto e di accoglienza che il padre può ancora riconoscere, senza tuttavia riuscire a ritrovare in sé.
Le scene si dipanano senza grandi progressi, anzi, c’è la sensazione di scivolare da un momento all’altro in una nuova fuga. Quando il padre rievoca la propria impotenza rispetto alla separazione, in una scena di palese rovesciamento dei ruoli, invece di “crescere” con un lutto, accettando finalmente tutto il peso tragico del suo destino, non può far altro che “agire” un allontanamento dalla realtà. Il film si conclude sull’esito fallimentare di questa fuga nell’illusione onnipotente di poter prescindere dai propri limiti. Il padre e il figlio restano sino alla fine immobili, per quanto abbiano viaggiato per l’Europa, ma ora possiamo vedere che la vera colpa del padre è proprio questa. Il suo ragazzo fa quello che sta nelle sue possibilità, ma il padre che pure potrebbe nascere una seconda volta (e dovrebbe farlo) non ci riesce, abdicando irrimediabilmente al suo compito umano. Il figlio - ed è questo che è tragico - glielo dice asciugandogli le lacrime: “nun se fa così…nun se fa”.
Nescio quid
Mi capita questo. Di riflettere sul mio sapere e saper-fare. Mi pagano per fare un lavoro che richiede conoscenze e tecnica. In teoria, le mie conoscenze dovrebbero essere complete. Si può supporre che io sappia tutto, ma è così? So quello che ho imparato, ma so anche che non è assolutamente “tutto”. So quello che sanno i colleghi, va bene. Eppure sono convinto di non conoscere abbastanza il mio oggetto. Il mio sapere sarebbe dunque limitato e il mio saper-fare infondato.
Sono idee che non è bene cullare troppo. Anche perché non sono del tutto vere. Intanto bisogna ammettere che non so esattamente quello che sanno i colleghi. Le conoscenze sul nostro oggetto sono sconfinate e non esiste la possibilità materiale di apprenderle tutte. Poi va detto che un incremento delle conoscenze sull’oggetto non comporterebbe affatto un automatico miglioramento della performance professionale. Infatti, paradossalmente, si possono ottenere ottimi risultati anche con saperi e tecniche “vecchie”. E allora, cosa sto cercando confusamente di chiarirmi? Forse che le conoscenze sono sufficienti solo a patto di essere considerate insufficienti. Ovvero che non c’è infondatezza se c’è coscienza del limite. Infine, che tutti sanno qualcosa e nessuno sa tutto. E magari i nostri “qualcosa” ci salvano dalla follia del “tutto”.
In coda rientrando a casa
Quando si sta in coda in autostrada si deve decidere in che corsia mettersi. Non che ci sia una grande differenza di velocità, ma si ha l’impressione che una delle corsie sia più rapida, per qualche misterioso motivo. Si suppone che sia meglio mettersi a sinistra, nella corsia di sorpasso. La corsia più a destra è stipata di utilitarie e TIR, mentre le Audi, le BMW e le “sportive” sono tutte nella corsia di sorpasso. Peccato che dopo qualche decina di metri, la fila di destra inizi a muoversi con sospetta allegria. Utilitarie e TIR si allontanano con irritante dinamismo e rimpiccioliscono nell’orizzonte di lamiere, si tuffano nella lontana galleria, spariscono alla vista. L’irritazione cresce, mentre il motore piagnucola al minimo. Che si fa? Ci si infila, con un abile manovra, nell’altra corsia, tra una seicento e un long vehicle, e per un tratto si riesce anche a inserire la terza. Che sollievo! Che indescrivibile soddisfazione! Poi ci si ferma, tutti. Così trovo il tempo per compatire il mio vicino con i suoi impotenti duecento cavalli. A questo punto, nella corsia di sorpasso cominciano a muoversi e un numero imprecisato di auto che avevo dietro di me sfreccia accanto alla mia autoimmobile col suo straziante minimo. Perdo posizioni su posizioni. Sento che non arriverò mai, come il cavaliere di Kafka. Ma non è così. Raggiungo il casello, esco, concorro a più umane code di città.
Ecco, a volte non capisco il mondo. Meglio, non mi capisco nel mondo per come funziona.
Questa non è una metafora.
Obiettivi
Solo alcune annotazioni su quanto succede.
La guerra
Dicono: quella al terrorismo è una guerra. Certo, non era ben chiara l’utilità di invadere l’Iraq, ma facciamo passare anche questa stranezza. Ammettiamo che sia strategicamente necessario e non un facile appiglio per nascondere qualche nefandezza. Chi ha voluto imbarcarsi nella guerra immagino che voglia una sola cosa. Vincerla. Ora, sulla base di quello che veniamo a sapere della situazione, si può dire che il terrorismo sia indebolito? Forse è presto per tirare le somme, ma non siamo forse più vicini alla sconfitta che alla vittoria? Anche prendendo per buono l’argomento della lotta al terrorismo (che non è per niente buono), rimane il fatto che questa guerra è un disastro.
In questi giorni di penosa consapevolezza, uno dei miei riti è la rilettura dell’”Arte della Guerra” di Sun Tzu. L’opera ha 2500 anni. A un certo punto dice: “Tratta i prigionieri bene e prenditi cura di loro”. E da un’altra parte: “Non incalzare un nemico disperato”. Sono due consigli fra i tanti di un vecchio stratega a cui interessava soltanto vincere, mica esportare la democrazia…
L’odio
Sembra essere questo il sentimento che muove tutto l’orrore che continua a emergere. Si potrebbe negare che la spirale del risentimento e della vendetta è ormai giunta ad un parossismo che domina la scena? In questo intreccio di conflitti quasi inestricabile, c’è qualcuno in grado di arrestare le azioni violente e di indebolirne i moventi? Forse non ci resta che tirarci fuori, chiudere gli occhi o tirare avanti come se non ci toccasse. Anche perché non si può pretendere di tollerare l’odio a lungo, senza finire con l’esserne vittime, in un contagio magari subdolo eppure inesorabile. L’odio, ha scritto Roberta De Monticelli, “è un sentimento per natura suicida”. E’ inoltre, “un sentimento per essenza reattivo, (…), e solitamente inerziale o immodificabile altro che mediante «riparazione» della presunta offesa originaria”. Non si pensi dunque ad una immunizzazione dovuta al progresso o dettata dalla cultura. Dovremmo essere vaccinati, eppure non siamo fuori pericolo.
Le immagini
Uno dei motivi di disagio, rispetto al pericolo emotivo che corre ogni persona pensante, deriva dall’abuso di immagini “bestiali”. E’ evidente che foto e filmati sono usati in abbondanza come arma psicologico-propagandistica. Si cerca di dare uno scossone o di ferire o di provocare, ecc.. Ma proprio perché ci si fonda su motivazioni aggressive, con cui non è possibile essere complici, queste immagini andrebbero accompagnate da racconti, analisi, e interpretazioni. E bisognerebbe usarle con parsimonia, non dimenticando che ultimamente i fotografi o i registi non sono (in genere) giornalisti che si propongono d’informare e testimoniare, ma criminali con proprie finalità che passano anche attraverso la diffusione delle immagini. Anche l’effetto della riproposizione continua può essere deleterio, perché le persone cercano di difendersi dal disgusto e dall’orrore (verso cui c’è anche attrazione, ovviamente) rifiutandosi, ad esempio, di approfondire l’argomento. Il circolo vizioso attrazione-repulsione-oblio rischia di lasciare solo uno sdegno autentico ma superficiale, mentre più in profondità si apre una ferita che resterà per molto tempo ignorata; finché un giorno non tornerà a farsi sentire.
Risposta retorica
La politica è una cosa buona e difficile. Senza ironia.
La politica merita rispetto. Non fosse altro perché è un’attività che determina la redistribuzione della ricchezza (e della povertà!), le regole e le Leggi che ci vincolano, insomma il “potere” di cambiare o conservare o distruggere il nostro mondo.
Naturalmente, trattasi di cosa sporca. Propone dilemmi del tipo “avere successo o seguire i propri valori”. Induce ipocrisie, compromessi, banalizzazioni. Provoca frustrazioni, imboscate, tradimenti. Per fare politica occorre saper raccogliere e usare la forza (organizzativa, economica, pubblicitaria, relazionale). Non è mica facile. Nemmeno il possesso di tre reti televisive – tanto per fare un esempio ipotetico – può essere garanzia automatica di successo.
Ma per essere buona, la politica ha bisogno di cittadini svegli. Produrre e diffondere un immaginario televisivo melenso che smorza e degrada il senso critico - tanto per fare un altro esempio ipotetico – potrebbe assopire le coscienze e guastare la politica.
Ma queste sono idee già note e forse insufficienti. In attesa di nuove idee, accontentiamoci di ricorrere al vecchio monito: ci vuole più cultura. Ma quale? Prima di tutto la padronanza del pensiero strategico e dello strumento retorico. Altrimenti ci si arrabatta tra luoghi comuni, slogan propagandistici, e “sensazioni”. Una cultura della politica, dunque, che ci permetta di vederne i meccanismi e i trucchi. Mah.
Torniamo con i piedi per terra. Se la storia o la politica sotto il profilo delle implicazioni "retoriche" vi sembrano ancora degne d’interesse, nonostante il mio sproloquio, ecco il link ad una rivista accademica quadrimestrale:
Cari nemici vicini e lontani
Uno degli usi più intelligenti del blog (e più rischiosi) è quello di farne strumento di testimonianza diretta di una realtà altrimenti inaccessibile ai più. Ad esempio, la lettura di un blog scritto a Bagdad è sicuramente interessante di questi tempi, anche se non può sostituire l’informazione giornalistica, la cultura personale e la riflessione autonoma.
Un bel blog di questo tipo è quello di Lia, da molti apprezzato o criticato, anche con qualche faziosità. Per me è soprattutto l’esemplificazione di dinamiche culturali in un contesto rivelatore. Lascio dunque da parte il merito delle questioni affrontate da Lia (per esempio il conflitto tra Israele e palestinesi), per parlare del modo in cui le idee si costituiscono e si diffondono in rapporto al senso critico e alla responsabilità di ciascuno.
E’ perfettamente comprensibile che una persona cerchi di farsi un’idea del mondo usando gli strumenti concettuali e i (pre)giudizi vigenti nel suo ambiente. Questo accade ad un italiano in Italia, come ad un italiano in Egitto (ovviamente in modi diversi). Il più delle volte questo processo avviene in forma inconsapevole e quotidiana. Alcune idee sono ripetute e variate senza sosta e si diffondono in modo così pervasivo che finiscono con il diventare una realtà assoluta. A questo punto è normale che il senso critico non possa esercitarsi su quanto ci viene presentato come reale. Le idee si discutono, la realtà no. E se i nostri occhi e orecchie non sembrano smentire questa realtà consensuale, ecco che essa riesce a imporsi come Verità. Potrebbe dunque sembrare che non vi sia implicata alcuna responsabilità personale, in questo processo di costruzione sociale del mondo. E’ un meccanismo da cui non si potrebbe sfuggire, pena l’ostracismo. Ma è proprio così?
In primo luogo vi sono gradazioni di responsabilità diverse in rapporto all’autorevolezza del ruolo e all’ampiezza della cultura personale. In altre parole, la stessa affermazione ha un valore ben diverso se fatta da un camionista in trattoria, da un ministro in televisione o da un professore universitario in aula.
Inoltre, non solo il ruolo e la cultura ma anche la distanza o la vicinanza agli eventi sono variabili da tenere in considerazione. In definitiva non siamo tutti uguali di fronte alla possibilità e alla responsabilità di dire come stanno le cose. In proposito, elaborare un’etica della consapevolezza non sarebbe poi tanto strano.
Cosa ha a che fare questo discorso con un blog? Secondo me, molto. Il credito che un testimone ottiene si fonda sulla sua capacità di riportare una realtà non solo indiziaria o riferita, bensì percepita. Se il testimone dà a chi legge l’impressione di confondere i due piani la credibilità ne risente, ma quel che più conta è che ne risente la fiducia nella percezione. Questo è il rischio. Ed è per questo che Lia è tanto più efficace quando racconta eventi “modesti”, apparentemente marginali eppure rivelatori. Su questo piano ha ragione a difendere il privilegio del suo punto di vista. Ma se è di storia o di politica che si discute, allora questa rivendicazione allontana proprio quelli a cui sarebbe stata utile la testimonianza. Quelli lontani, prigionieri di vaghe certezze.
Una questione privata
Sono convalescente. A casa, dimesso 24 ore dopo l’operazione, sofferente. Ancora un po’ obnubilato, mi tornano di continuo alla mente alcuni freschi ricordi. Le attese snervanti in sale d’aspetto affollate. Anziani che si aggirano brandendo un’impegnativa e disperando di trovare l’ambulatorio giusto. L’impazienza dei pazienti e la cortesia stressata del personale. L’essere ricoverato come disorientamento, frattura del mondo quotidiano, ingresso in una realtà “altra”. L’inesorabile passività che cresce (a dispetto di ogni consenso perlopiù disinformato) fino al climax dell’intervento, l’oblio da diazepam, l’anestesia spinale, il sipario verde sul teatro operatorio. La sensazione di essere su una nuvola. L’odore di carne bruciata. E poi, la vista dei soffitti nel ritorno allettato alla stanza. Il sollievo della prima pisciata. Il primo biscotto immerso nel the. Il primo sorriso di mia moglie.
Adesso sono qui e non vedo l’ora di guarire. Devo muovermi piano perché la ferita fa male. Non posso nemmeno ridere. E’ la cosa che mi fa più male. Per non correre rischi leggo i giornali e guardo la TV. Torno alla realtà con una ferita parlante.
Senza vergogna
Ho smesso di scrivere per eccesso di argomenti. Ogni giorno appaiono nuovi spunti attinenti al nostro tema e non è un fatto tanto rassicurante. E accadono fatti del tutto prevedibili, come questa storia della chirurgia estetico-politica (o della politica estetica), ma ugualmente spaesanti. Cose gravi. Eventi che potrebbero essere valutati come sintomi di un malessere da curare vengono invece integrati nella nostra idea del mondo, diventando la normalità. Anche riderci sopra concorre a questo processo di crescente abitudine all’inautentico. Una risata non è un pensiero critico di per sé, anzi. Così come la costruzione di una notizia (da non confondere con l’invenzione della notizia) non è dare un’informazione. Allora lasciamo che i giornalisti facciano il loro mestiere e che i lettori facciano finta di credere a tutto. Solo che, a forza di fingere, si finisce per credere veramente.
Come fare a ricordarci che non esiste finzione senza verità, non s’indossa una maschera senza volto e non c’è lifting senza vergogna?







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